Il Parco nazionale del Cilento-Vallo di Diano comprende quasi
tutta la porzione meridionale della provincia di Salerno. La
denominazione ufficiale del Parco è peraltro inesatta poichè dal
suo perimetro resta escluso il Vallo di Diano, che separa il
Cilento dalla Lucania, mentre vi rimane incluso il complesso
montuoso degli Alburni, strutturalmente separato dal Cilento vero
e proprio. L'autostrada A3 Salerno-Reggio Calabria costeggia il
perimetro del Parco sui lati settentrionale e orientale. Le uscite più
convenienti sono: Battipaglia per la fascia costiera da Agropoli a
Palinuro; Campagna, Sicignano e Petina per i monti Alburni,
Sala Consilina e Padula per l'area del Cervati, ancora Padula per
la fascia costiera da Policastro a Marina di Camerota. Diverse
strade statali attraversano il Parco con percorsi tortuosi ma di
grande interesse paesaggistico. La statale 18 Tirrena inferiore, in via
appunto di trasformazione in superstrada, va da Agropoli a
Policastro passando per Vallo della Lucania; la statale 166 degli
Alburni taglia in senso latituditiale il Parco da San Rufo a
Capaccio Vecchio; la 267 del Cilento segue la costa da Agropoli
fino a Velia per innestarsi poi sulla 447 di Palinuro. In treno si può
utilizzare la linea Napoli-Salerno-Reggio Calabria che serve tutta la zona
costiera del Parco, mentre la Battipaglia-Lagonegro lambisce il versante
settentrionale degli Alburni.
Il Cilento da millenni ha ispirato poeti e cantori. Molti dei miti greci e romani
che sono alla base della nostra cultura occidentale, sono stati anbientati sulle sue
coste. Basta qualche esempio, per rinfrescare i nostri ricordi scolastici. Il mito più
famoso è quello dell' isola delle sirene, nell' Odissea. Quelle creature malefiche
che, secondo Omero, irradiavano un canto che, faceva impazzire i marinai di passaggio,
portandoli a schiantarsi con le imbarcazioni sugli scogli. L'isoletta che ispirò il Cantore
dell'antichità probabilmente è quella di fronte a Punta Licosa, a sud nei pressi di
Castellabate. Di fronte al suo mare Ulisse si fece legare all' albero di maestra per
ascoltare quell' ingannevole canto. Un altro mito importante è quello di Palinuro, il nocchiero di Enea.
Durante il viaggio verso le coste del Lazio cadde in mare insieme al timone.
Si aggrappò al relitto e per tre giorni ingaggiò una estenuante lotta contro
le onde infuriate. Ma quando stava finalmente per mettersi in salvo sulla riva,
fu barbaramente ucciso dagli abitanti di quei luoghi: da allora quel promontorio
prese il nome di Capo Palinuro.
Il filo della storia cilentana si dipana fino ai giorni nostri cucendo avvenimenti
grandi e piccoli. Legando vicende romane (Cesare Ottaviano Augusto ne fece una
provincia per allevare gli animali e coltivare alimenti destinati alle mense romane),
a fatti medievali importanti (il Principato longobardo a Salerno, l'avvento dei monaci
Basiliani e Benedettini, la nascita della Baronia con i Sanseverino, la loro rivolta a
Capaccio nel 4242 contro Federico II), fino all' epopea del brigantinaggio e ai successivi
"Moti Cilentani" del 1828, con l'insurrezione contro Francesco II di Borbone e i
suoi ministri. Tracce, ricordi, monumenti, culture, sentieri legati a questa ricca
storia oggi sono salvaguardati anche grazie al Parco Nazionale del Cilento.
E grazie a quegli importanti riconoscimenti internazionali conseguiti di recente.
Il primo è del giugno 1997, che ha visto l'inserimento del Cilento nella
prestigiosa rete delle Riserve della biosfera del Mab-Unesco (dove Mab sta per
"Man and biosphere"): su tutto il pianeta (in oltre 80 stati) si contano circa 350
di queste particolari aree protette, che servono per tutelare le biodiversità
e promuovere lo sviluppo compatibile con la natura e la cultura. Così il
Parco del Cilento oggi, oltre ai suoi preziosi habitat naturali, può
a maggior diritto salvaguardare quegli scenari consacrati dalla storia dell' uomo
e permeati dalle sue tradizioni: borghi e antichi sentieri, anche se a "macchia di
leopardo" in un ambiente più ampio da difendere e da promuovere. Il parco,
infatti, se giovane, è visto da molti come speranza e strumento dello sviluppo
del Cilento. Secondo riconoscimento nel 1998 con il suo inserimento-insieme
ai siti archeologici di Paestum e Velia- nella lista di patrimonio mondiale
dell'umanità. Questa consacrazione rinforza il valore di questo "Paesaggio
vivente", riconoscendone il ruolo delle civiltà che lo hanno frequentato e popolato
nel corso dei millenni. "Come le specie naturali anche i popoli hanno trovato in questi
luoghi i contatti, gli incroci e le fusioni, l'arricchimento del patrimonio genetico"
si legge nella candidatura del Parco, "nel Cilento si realizza l'incontro
tra mare e montagna, occidente e oriente, culture nordiche e africane".
Prendendo in prestito dalla biologia il concetto di patrimonio genetico, si può dire
che, nei paesi Cilentani, se la cultura ne avesse uno allignerebbe nelle antichissime
tradizioni contadine. Addirittura importate da quei coloni Greci che raggiunsero
questi lidi quasi 3000 anni fa. Esempi evidenti sono nelle numerose manifestazioni
folcloristiche che si tramandano da secoli nei centri del Parco. È il caso di Casaletto
Spartano, dove il 1° maggio gruppi di giovanotti questuanti, vanno di casa in casa a
chiedere legumi di ogni tipo. Vengono cotti separatamente e poi la sera nella piazza
del paese sono preparati tutti insieme (13 tipi diversi) in una grande caldaia e conditi
con olio e sale. I paesani ne prendono una porzione come augurio di prosperità e
abbondanza dei raccolti. Questo caratteristico piatto, con qualche variante, è consumato
anche a Ispani, a Cicerale dove si chiama "cecciata", a Castel San Lorenzo, noto come
"cicci maritati", a Pellare, Moio, Vallo della Lucania. Mentre a Castellabate i cicci si cuociono nel giorno
dei morti. Un cibo rituale analogo era la pansperma, ottenuta dalla mescola di tutti
i semi, presente nella Grecia arcaica: ne ha parlato nel Timeo il grande Platone a
proposito dell' azione divina della semenza universale. Un altro esempio di ricchezza
di tradizioni, questa volta religiose, sono i riti della settimana santa. Il Venerdì
Santo nell' area del Monte Stella si svolgono le proccessioni delle "congreghe",
lungo percorsi di sofferenza: "Visita ai sepolcri". Ogni paese ha la sua.
Queste confraternite laiche escono dal proprio paese per andare a rendere omaggio
alle chiese di quelli vicini, e solo dopo andranno nelle proprie. Indossano i
classici sai e cappucci bianchi, con una mantella corta, e a coppia di due, guidati
dal priore e al ritmo dei colpi di un lungo bastone, si inginocchiano davanti al
sepolcro. Finita la cerimonia sono accolti dai paesani con dolci e vino.